Fake : Usciamo dall’Euro e saremo più ricchi

Gli europei sono il 7% della popolazione mondiale, producono il 25% del Pil totale e consumano il 50% del welfare planetario. Vivono nel benessere, ma sono ancora troppo piccoli e divisi per la competizione globale. Eppure, aumentano le pulsioni a smontare l’Unione, quando sarebbe invece cruciale rafforzarla per frenare xenofobia, nazionalismi e terrorismo e rilanciare la crescita.

Usciamo dall’Euro !!!

Prima dell’Euro invidiavamo la forza del marco tedesco, oggi condividiamo con i tedeschi la stessa moneta. Chi vuole tornare alla lira vuole tornare a una moneta debole. sarebbero i nostri stipendi e risparmi a perdere valore e potere d’acquisto. Inoltre l’unione monetaria ha eliminato le commissioni e i rischi di cambio tra le monete europee, favorendo il commercio internazionale e i movimenti di capitale

Il commercio estero dell’Italia, in virtù della moneta unica, ha avuto un boom fra il 2005 e il 2008, come ricorda l’Istat. E considerando solo le esportazioni, il periodo compreso fra il 2001 e il 2007, ricorda sempre l’Istat, è stato uno dei migliori degli ultimi decenni. Di nuovo, tutto grazie all’euro.

La moneta unica ha inoltre protetto l’Italia dagli shock negativi, esogeni ed endogeni. Se pensiamo agli ultimi quarant’anni, possiamo ricordare in che modo i maggiori eventi macroeconomici hanno impattato sul nostro Paese, dallo shock petrolifero degli anni Settanta alla crisi delle piazze finanziarie americane nel finale degli anni Ottanta. Con un assetto comune, in cui tutti aiutano tutti, l’Italia è stata protetta proprio da uno dei suoi mali maggiori, l’instabilità politica. La riduzione dei tassi d’interesse che si è registrata con l’introduzione dell’euro ha migliorato l’appeal italiano nei confronti degli investitori internazionali più di quanto avrebbe mai fatto la lira.

L’entrata dell’Italia, un Paese che non aveva una credibilità antinflazionistica, nell’euro gli ha permesso di avvantaggiarsi di una riduzione dei tassi d’interesse.

 

Cosa succederebbe veramente se uscissimo dall?Euro ?

Si afferma spesso che i problemi dell’Italia dipendono dall’euro. Malgrado le indubbie difficoltà, l’Eurozona cresce da oltre vent’anni quasi come gli Stati Uniti in termini di Pil procapite, anche se l’Italia è da lungo tempo il fanalino di coda.

Sembra dunque più corretto dire che l’Italia non ha saputo cogliere le opportunità offerte da questi cambiamenti, nel quadro dell’integrazione europea.

Un’altra affermazione frequente dei partiti no-euro è che sarebbe meglio svalutare il tasso di cambio anziché i salari. Probabilmente, dati gli squilibri che caratterizzano oggi l’Eurozona, se non ci fosse la moneta unica, l’Italia avrebbe già svalutato da tempo. Tuttavia, i possibili benefici della svalutazione vanno messi a confronto con i costi di uscita dalla moneta unica e non vanno sopravalutati. In particolare, non è vero che la svalutazione sia un’alternativa rispetto alla riduzione dei salari. La verità è che la svalutazione è un modo per ridurre il potere d’acquisto dei salari, peraltro in maniera iniqua. Se i sindacati riescono a ottenere l’integrale recupero dell’inflazione, la svalutazione non ha alcun effetto sulle variabili reali dell’economia (esportazioni nette, Pil, occupazione), ma si limita a far aumentare i prezzi. I partiti no-euro fanno invece balenare la possibilità di fare le nozze con i fichi secchi, cioè una svalutazione con effetti benefici e nessun costo. Invece, se i vantaggi sono dubbi, i costi di fuoriuscita dall’euro sono elevatissimi e certi.

In primis vi è il debito pubblico. Con una ipotetica svalutazione del 30%, il rapporto debito/Pil registrerebbe un balzo fino al 190% dal livello attuale di circa 133%. I partiti no-euro pensano di risolvere questo problema ridenominando il debito nella nuova valuta. Ma la ridenominazione sarebbe considerata alla stregua di un default dalle agenzie di rating e, ciò che più conta, dai mercati finanziari. Il giorno dopo e per molti anni a venire nessuno comprerebbe più titoli del tesoro italiano. L’intero debito in scadenza, oltre al nuovo fabbisogno, (circa 440 miliardi nel 2017) dovrebbe essere quindi finanziato dalla banca centrale, per ammontari che sarebbero un multiplo del totale della base monetaria in circolazione, il che innescherebbe una fiammata inflazionistica, alla stregua di quelle sperimentate dopo guerre o cambi di regime.

In secondo luogo, vi è il problema del debito privato verso l’estero che è circa il 165% del Pil. Qui si pone lo stesso problema che per il settore pubblico. Banche, imprese e anche famiglie potrebbero trovarsi con passività in euro e attivi o redditi in valuta domestica svalutata e ciò potrebbe dare luogo a fallimenti a catena e a tensioni sociali, analoghe ma molto più intense di quelle sperimentate nel 1992 dalle famiglie che avevano contratto mutui in Ecu. Anche in questo caso non ci sarebbe un’alternativa rispetto a un uso massiccio della base monetaria. I salvataggi, in particolare delle banche, consentirebbero forse di preservare il valore facciale del risparmio, ma il suo valore reale verrebbe ulteriormente falcidiato dall’inflazione.

Infine, vi è il dilemma legato a una vera e propria “trappola delle aspettative”. I preparativi per la messa in circolazione di una nuova moneta e l’adeguamento dei sistemi di pagamento richiederebbero vari mesi. Molti non potrebbero essere avviati se non dopo un voto del Parlamento. Nel periodo precedente l’uscita, l’aspettativa, o la quasi certezza, di una svalutazione indurrebbe gli investitori, ma anche i comuni cittadini, a prelevare il denaro dalle banche e a portarlo all’estero.

Le conseguenze, in termini di distruzione del risparmio dei cittadini e maggiore disoccupazione, sarebbero quindi enormi e i loro effetti nefasti durerebbero per molti anni a venire.

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