Le accuse contro Markiv sono fantasiose

Il militare ucraino Vitaliy Markiv da otto mesi è detenuto nel carcere italiano con l’accusa di omicidio colposo del fotoreporter di Pavia Andrea Rocchelli nel 2014

Pubblico la traduzione integrale dell’intervista di Nataliya Kudryk, Radio Svoboda, all’avvocato Raffaele Della Valle. Il testo originale è visibile qui.

 

La sparatoria nella zona di guerra nei pressi della citta di Sloviansk, regione di Donetsk (Ucraina) il 24 maggio del 2014. La morte del 30enne fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e del suo interprete russo Andrey Mironov. Da quasi tre anni in Ucraina prosegue l’indagine sul tragico fatto. Il 30 giugno del 2017 all’aeroporto di Bologna viene arrestato il militare ucraino Vitaliy Markiv, che si tornava in Italia per far visita a sua madre. Viene accusato di omicidio colposo del fotogiornalista italiano Rocchelli. Così è cominciata l’odissea giudiziaria del 28enne italo-ucraino. Nonostate gli sforzi della difesa, che sottolinea la sua innocenza ed estraneità ai fatti accaduti, a Markiv non sono stati concessi  gli arresti domiciliari. Manca la collaborazione tra i due stati per fare luce sul caso. Da otto mesi il militare ucraino rimane detenuto in carcere (prima a Pavia, ora a Milano) in attesa del processo, e come lui spera, dell’assoluzione. Alle domande di Radio Svoboda risponde l’avvocato Raffaele della Valle, difensore di VitaliyMarkiv.

-A che stadio si trova l’istruttoria preliminare e per quando è previsto l’inizio del processo?

-Aspettiamo la chiusura dell’indagine che dovrebbe essere imminente, il PM dovrebbe entro qualche settimana depositare tutti gli atti e dichiarare l’indagine chiusa. A quel punto abbiamo 20 giorni di tempo per potere presentare eventuali istanze per un nuovo interrogatorio, eventuali testimoni ma non credo che presenteremo nulla, perchè abbiamo visto che le nostre testimonianze per il momento non sono state tenute in considerazione. Qundi aspettiamo che venga fissata l’udienza preliminare nel corso della quale verrà stabilito se Markiv deve essere processato e in quale giorno. Mi auguro che avvenga entro la primavera.

-Ma Lei sostiene che non si debba andare al processo per mancanza degli indizi.

-Noi diciamo che non si deve andare al processo per mancanza degli indizi, però il Tribunale di Pavia per il momento la pensa diversamente.

-Quindi durante la fase investigativa la posizione del Tribunale non è cambiata?

– Il Tribunale dice che è credibile la versione che ha reso il ferito francese (William Roguelon, fotoreporter francese che era con Andrea Rocchelli) e quindi è verosimile che a sparare siano stati quelli della collina (forze militari ucraine) e non i terroristi. Allo stato dei fatti questa ipotesi potrà essere chiarita ovviamente solo dal processo. Oggi sulla base di quello che racconta il testimone francese sembrerebbe che gli spari provenissero dalla collina (Karachun), però il Tribunale non spiega affatto chi ha sparato dalla collina. Non indica quali elementi di prova possono farci concludere che abbia sparato Markiv. Una volta si indicava Markiv come colui che aveva sparato con la sua arma automatica, poi quando si sono resi conto che l’AK47 non arrivava a quella distanza hanno sostenuto che Markiv puntando un obbiettivo avvisava ordinava a terzi, non identificati, che avrebbero sparato con il mortaio. Ma come tutte le ricostruzioni fatte dalla pubblica accusa, sono assolutamente fantasiose, perchè in realtà non vi è alcun elemento di prova.

-Tra l’altro le dichiarazioni del giornalista francese sembrano contraddittorie?

– Le dichiarazioni del francese non sono attendibili. Roguelon quando è stato interrogato dall’autorità francese nell’ottobre del 2014 aveva detto che non era in grado di precisare da che parte provenissero i colpi. Poi stranamente quando è stato interrogato dall’autorità giudiziaria italiana parzialmente ha cambiato la versione. Anche fosse vero non è precisato chi ha sparato dalla collina. E poi ci si dimentica che chiunque abbia sparato era in una situazione di guerra, una situazione pericolosissima. Ci sono copiose testimonianze che attestano che in quel momento  l’Ambasciata italiana in Ucraina aveva invitato gli italiani a lasciare la zona perchè era pericolosa. Questo il Tribunale dell’esame se lo dimentica, dice soltanto che per il momento ci sono gli indizi, che però non costituiscono delle prove. Quindi, una cosa estremamente labile, una cosa estremamente generica, direi nebulosa al massimo.

-Il Tribunale ancora si affida alle testimonianze dei due giornalisti italiani che durante la conversazione telefonica con Markiv sono stati avvisati da lui “non venite, qui spariamo a tutti”?

– Ma anche quella versione è montata a dismisura. É vero che lui ha detto non venite qui perché si sta sparando. C’è la guerra con morti e feriti. Trattano questo episodio come si può trattare un incidente stradale, ma non lo è. Non c’è prova che Markiv abbia sparato. Non c’è prova che lui potesse vedere l’obiettivo.

-Quale versione dei fatti propone Lei come difensore del soldato ucraino?

Non sappiamo chi ha sparato. Sicuramente, Markiv non poteva sparare perchè aveva un fucile che tirava massimo a 600 m, i giornalisti colpiti erano a distanza di 2 km. Oltre tutto abbiamo dimostrato che il militare arrestato si trovava in posizione diversa e non poteva vedere quelle persone. Le prove che abbiamo indicato con le testimonianze purtroppo il Tribunale non le accetta nel modo più assoluto!

-Lei ha una spiegazione per questo comportamento dell’autorità giudiziale italiana?

– Succede, purtroppo che le nostre prove non vengono prese in considerazione. Prove che siamo andati a recuperare sul posto, come consente il nostro codice, perchè il PM non ha voluto farlo ? Abbiamo proposto di fare la rogatoria insieme sul posto per vedere i luoghi, come abbiamo fatto noi, perchè se non si va direttamente sul posto, non basta guardare le cartine GPS e foto varie. Invece loro si sono affidati alle fotografie, che non rappresentano i luoghi al momento del fatto ma successivamente. Non hanno voluto sentire i testimoni. In sostanza il loro teorema è chi ha sparato, comunque sia, è un delinquente perchè ha sparato sui dei cittadini inermi.

-Suona come un’accusa all’intero esercito ucraino?

– È molto grave, perchè questo provvedimento criminalizza l’esercito ucraino e la Guardia nazionale ucraina. Sembra che tutti sparino su inermi cittadini, il che non è vero, perché c’è una guerra dall’una parte e dall’altra. E sottovaluta, oltre tutto, le autorità ucraine si sono sempre dichiarate disponibili a collaborare. Secondo il PM, invece, le autorità ucraine si sono sottratte ad un’onesta collaborazione con l’autorità giudiziaria italiana. Questo è il problema grave della situazione. Perché si è data pochissima fiducia alle autorità ucraine, ci sono le lettere scritte dal procuratore generale ucraino e dal ministro degli interni ucraino che dichiarano di essere disponibili a collaborare. E non ci sono le risposte dall’Italia. La prima parte nel 2014 può darsi che è stato un certo rallentamento dell’indagine in Ucraina, ma ciò era spiegato dalle difficili condizioni in cui si svolgevano l’indagini, in quel periodo la zona interessata era occupata dai filorussi. E questo fatto lo avevano ammesso le autorità italiane. Quando si è identificata la persona, Vitaliy Markiv, l’autorità ucraina si è dichiarata disponibile a collaborare con l’Italia. Cosa possiamo fare? Andiamo al processo.

-Lei non sospetta nella posizione della procura di Pavia qualche elemento politico?

-Io non voglio fare valutazioni di questo genere. Mi auguro che non ci siano. Io dico soltanto che il materiale è veramente scarso, però evidentemente si sopravvaluta la dichiarazione di un soggetto che si contraddice a tre anni di distanza e si sottovalutano invece le dichiarazioni dei testimoni e si rifiuta di vedere i luoghi interessati certamente non è un presagio di un bel processo. Tra l’altro sfido chiunque si fosse trovato sul posto, a 2 km di distanza a capire che si sta sparando su un giornalista, quando loro erano lì senza nessun segno di riconoscimento come reporter, c’era una macchina civile, quindi come poteva pensare di sparare ai giornalisti? Ma perché Markiv avrebbe dovuto sparare a dei giornalisti, con i quali ha sempre avuto buoni rapporti? Sono tutte domande che non hanno risposte.

-Sembra che il militare ucraino sia diventato un capro espiatorio in tutta questa vicenda?

– Questo potete scriverlo voi. Certamente, la cosa è un po strana. Mi sembra si voglia avvallare l’ipotesi che l’esercito ucraino è fatto di persone incoscienti che sparano a destra a manca e che le autorità ucraine non collaborino. É molto grave. Lo stato ucraino è uno stato riconosciuto democratico che ha dimostrato di volere collaborare e l’esercito ucraino stava facendo la guerra per l’indipendenza del suo paese. Se non si capisce questo allora salta tutto. Speriamo che il processo non sia politico ma normale. Trovo strano che si dia tanto peso alle foto su Facebook dove Markiv si trova vicino un carro armato o con il fucile e questo non significa niente, sono delle stupidaggini. Tutti questi elementi di contorno servono per avvallare la figura di Markiv criminale. Mi auguro siano soltanto degli errori tecnici.

-La stampa italiana già ha descritto Markiv come “delinquente e l’assassino del cittadino italiano”. Alcuni media scrivevano che vivendo in Italia Markiv frequentava ambienti di estrema destra. A Lei risulta una cosa del genere?

-Assolutamente no. Vitaliy Markiv è un uomo che ha sempre lavorato. E una persona tranquilla, non è ne di sinistra, ne di destra. É un soldato che si è arruolato regolarmente alla Guardia nazionale ucraina per difendere il suo paese e lo ha fatto bene. Non ha sparato nei confronti dei poveri giornalisti, non sappiamo chi ha sparato. E comunque se fossero provenuti dalla collina dei colpi è ovvio che la sparatoria è avvenuta lì. Non ci sono i cattivi da una parte e gli eroi dall’altra. Qui sembra di voler mettere i cattivi di qua e gli eroi chi sono? Succede che gli eroi sono gli occupanti filorussi?

-Perchè i giudici non hanno ritenuto possibile dare a Markiv gli arresti domiciliari?

– Trovo profondamente ingiusto il fatto di non concedere gli arresti domiciliari. Non li concedono perchè temono che lui abbia appoggi esterni, dei connazionali che lo possono riportare in Ucraina e sottrarlo alle autorità italiane. Questo significa avere sfiducia nel governo ucraino. É un pregiudizio. Sono dei prevenuti.

-Come sta il suo assistito nel carcere di Milano? Può vedere i famigliari?

– Si sente innocente in carcere, ha fiducia nella giustizia. Non sta bene, ovviamente, ha i problemi di chi sta in carcere e per di più è innocente. Il carcere indebolisce psicologicamente. Lui può vedere la famiglia, legge i libri, fa sport, vorrebbe anche lavorare, ma in carcere non ci sono tante possibilità di lavoro sopratutto per chi è in attesa di giudizio. Lui spera quanto prima di poter andare a processo e dimostrare la sua estraneità. Sembra che Markiv debba pagare per tutti. Gli altri stavano fermi, i russi non sparavano? Non avevano loro i fucili? Avevano i confetti? Era un conflitto a fuoco. Non si può fare distinzione tra buoni e cattivi quando c’e una situazione bellica. In tutto il mondo ci sono morti in queste stesse situazioni e nessun giudice apre un’inchiesta, a meno che non vi siano uccisioni in seguito a rapimenti. Il caso di Giulio Regeni è un altro discorso.

– Qundi Lei è abbastanza preoccupato per questo processo?

– É chiaro che sono preoccupato, molto preoccupato del processo. Mi auguro di trovarmi di fronte dei giudici senza pregiudizi, non politicizzati e che esaminino i fatti nella loro realtà. In questo caso sono sicuro che il ragazzo sarà assolto, perchè non c’è assolutamente prova che sia stato lui a sparare. Con tutto il rispetto alla magistratura italiana secondo me non valuta il contesto in cui sono avvenuti i fatti. Finora in Italia la giustizia funziona anche con fatica. Se cominciamo ad agire secondo pregiudizi partiamo con un piede sbagliato. Il fatto di non dare gli arresti domiciliari in una situazione così fluida così incerta mi preoccupa molto, ma non mi spavento, lo affronteremo al processo. Fortunatamente in Italia ci sono tre gradi di guidizio.

 

Per sentire l’altra parte della causa Radio Svoboda ha contattato l’avvocato Alessandra Ballerini, che assiste la famiglia Rocchelli. “Stiamo seguendo il caso e non rilasciamo commenti”, ha tagliato corto la Ballerini. Alcune sue opinioni al riguardo sono state pubblicate dall’Espresso nel novembre dell’anno scorso. “Dopo quasi tre anni di silenzio, Kiev si risveglia dopo l’arresto. All’improvviso saltano fuori mille testimoni pronti a scagionare l’eroe. Della morte di Rocchelli non si era mai parlato in Ucraina, ora se ne parla solo per attaccare la giustizia italiana», sostiene il legale della famiglia Rocchelli.

Alle numerose richieste indirizzate alla Procura di Pavia per fornire ulteriori aggiornamenti giudiziari e spiegazioni sul caso Radio Svoboda non ha ricevuto nessuna risposta.

La Procura generale ucraina sostiene che Vitaliy Markiv è estraneo all’omicidio del fotoreporter italiano. Dalle autorità di Kiev viene dichiarato: primo, il militare ucraino si trovava a distanza di un paio di kilometri dal posto dove era morto Andrea Rocchelli. Secondo, Markiv non aveva il mortaio visto che la Guardia nazionale ucraina per quel periodo di guerra non disponeva gli armi del genere che possono colpire a così grande distanza. La Procura generale ucraina fa notare che il territorio dove ha trovato la morte il giornalista italiano allora era occupato dai separatisti , e Andrea Rocchelli si trovava nella zona di guerra senza permesso ufficiale delle autorità ucraine.

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