Mariupol ed una inattesa normalità

Una strada a due corsie per ogni senso di marcia ci accompagna verso Mariupol, un lungo serpentone di asfalto quasi tutto diritto. La strada non è in perfette condizioni ma in Ucraina ne abbiamo viste di peggiori. All’ingresso della città c’è un grande posto di controllo sia in ingresso che in uscita, nessuna coda. Veloce controllo dei documenti e ripartiamo. Ci dirigiamo verso il centro città e prima di giungervi costeggiamo la grande fabbrica Azovstal che vista di notte incute un certo timore. Vapore e lapilli ardenti, chiaramente visibili dalla strada, disegnano una cartolina da inferno dantesco. Qui le acciaierie danno lavoro a 50.000 persone su una forza lavoro totale di 250.000, praticamente ogni famiglia ha un componente che lavora qui. Il protocollo di Kyoto qui non è arrivato e l’inquinamento ambientale è di quelli da far riflettere anche il più fervente trumpista.

Mariupol è una città di 500.000 abitanti, con una economia legata alle acciaierie ed al porto commerciale. Negli ultimi anni di guerra si sono trasferiti qui quasi 100.000 ucraini provenienti dai territori occupati di Donestk e Lugansk, un numero che dovrebbe far riflettere coloro i quali sostengono che nelle cosiddette “repubbliche popolari” in fondo non si vive male. Chi può scappa da quei territori per sottrarsi a miseria e criminalità. Sono invece gli anziani e coloro che hanno delle proprietà a dover rimanere. Oggi nei territori occupati è impossibile vendere una casa e lasciarla vuota significherebbe perderla per sempre. Per assurdo sono avvantaggiati coloro che non possedevano nulla, i quali hanno la possibilità di rifarsi una vita in un’altra parte dell’Ucraina.

La convivenza con gli abitanti di Mariupol è ottima, come ci dice padre Alberto. Padre Alberto è un pastore protestante. E’ balzato agli onori della cronaca per aver portato dei ragazzini a scavare simbolicamente delle trincee sulle spiagge di Mariupol all’indomani dell’introduzione della legge marziale.

Padre Alberto

Tale azione dimostrativa era stata subito sfruttata dai media del Cremlino (Stopfake ha già trattato) descrivendo la figura di questo Pastore come una specie di orco che schiavizzava dei bambini.

Padre Albert ci riceve nella struttura “La Repubblica dei pellegrini”, una struttura ove accolgono ragazzi che hanno dei gravi problemi nelle loro famiglie o dipendenze da droghe. Li possono continuare gli studi, essere seguiti da psicologi e superare una difficile fase della loro vita. Nella struttura i ragazzi vengono responsabilizzati e loro stessi eleggono un loro sindaco ed altre cariche “istituzionali”. Gli spazi sono puliti ed ordinati, le camere grandi, hanno una sala per la recitazione ed una attrezzata con dei computer. Il tutto ricorda molto l’esperienza italiana della “città dei ragazzi”.

Sono gli stessi ragazzi che ci confessano di essere stati contenti di aver “aiutato” i soldati, perché si sono sentiti utili. Padre Albert ci dice che ovviamente era una iniziativa di propaganda, ma anche educativa perché era giusto che comprendessero che a pochi km da loro ci sono ragazzi che ogni giorno vivono e muoiono in condizioni estreme per garantire il loro futuro. Ci racconta anche che in passato, quando nel 2014 i russi bombardarono con i Grad il mercato di Mariupol causando numerose vittime, furono propri i ragazzi e chiedere di digiunare in memoria dei morti.

La struttura è sostenuta dalle donazioni, e la ristrutturazione recente è stata in parte finanziata dal Canada.

Ma torniamo per le vie di Mariupol, a città è ordinata e pulita, fatiscente nelle periferie, mai caotica. Non c’è una presenza particolare di forze dell’ordine, non si vedono mezzi militari in città e i soldati che circolano son coloro che sono o in licenza o in libera uscita ed affollano bar e ristoranti che lavorano a pieno regime. Questo è un’altro aspetto interessante del viaggio. Se prima mi prefiguravo una città in ginocchio per la guerra e per il calo del traffico marittimo dovuto alle tensioni di Kerch, vivendo la quotidianità mi sono reso conto che invece “l’economia di guerra” sta producendo effetti economici positivi. I soldati (i cui stipendi sono stati recentemente aumentati) hanno fornito una importante iniezione di liquidità, le attività lavorano a pieno regime e sono diversi i locali di nuova apertura che si possono vedere nel centro cittadino. Gli affitti sono raddoppiati rispetto il periodo pre-guerra. Certamente non siamo a Los Angeles, ma neanche nel terzo mondo.

Vista da Mariupol l’introduzione per un mese della legge marziale sembra più un messaggio destinato all’Europa che non una misura drastica per una reale esigenza di difesa. Certamente c’è anche l’aspetto sicurezza il cui grado è stato elevato al massimo, ci sono i riservisti in fila con il loro zaino ai punti di raccolta, ma non si ha mai la sensazione di insicurezza o che l’irreparabile stia per accadere. A Mariupol, nonostante sia “circondata” dalla guerra, si respira in parte quell’aria surreale di normalità che si respira a Kyiv. Chi viene a Mariupol e si aspetta di vedere i nidi di mitragliatrici agli incroci rimane deluso. Nella città si circola liberamente a tutte le ore, i negozi sono forniti, i ristoranti come i locali di intrattenimento rimangono aperti sino a tardi, e nonostante si passeggiasse con macchine fotografiche ed una specie di “freccia” sopra la testa ad indicare che siamo stranieri, nessuno ci ha mai chiesto i documenti. Il controllo c’è ma è molto discreto, è presumibile che gli ordini del governo siano di sorvegliare riducendo però al minimo indispensabile il disagio per i cittadini comunque già duramente provati da cinque anni di guerra.

Dopo la parte civile ci aspetta la prima linea del fronte, a pochi km da qui dove si continua a morire tutti i giorni. Questa però è un’altra storia e presto ve la racconterò.

Continua….

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